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Storia di Barco

In questa sezione si possono trovare:

- la storia della parrocchia di Barco,

- la storia del capitello dedicato all'Immacolata Concezione,

- la storia del capitello dedicato alla Madonna dei poveri.

 

Parrocchia di San Martino Vescovo - Barco

Chiesa parrocchiale San Martino Barco 

Il nome del toponimo dovrebbe derivare da “barga”, ossia capanna, anche se qualcuno ipotizza da “vargum” = passaggio (eventualmente passo con barca).

La località è citata negli antichi documenti dell’Abazia di Sesto in Sylvis.

La villa (villaggio) di Barco è inclusa in una bolla papale del 1182. Era civilmente soggetta all’abate sestense, ma ecclesiasticamente dipendeva dalla chiesa matrice di S. Silvestro di Lorenzaga, assieme a Annone, San Stino, Blessaglia, oltre a Quartarezza e, fino al 1925, a Mure di Meduna.

La chiesa di Lorenzaga è, dopo di quella di Concordia, di Caorle e di Sesto, la prima di cui si abbia memoria nella zona. E’ ricordata nell’atto di donazione fatto nell’anno 762 dai Longobardi al convento di Sesto, dove si fa cenno a una “corte” o villa di Lorenzaga “cum oratorio Domini et Salvatoris” (Oratorio al tempo significava chiesa succursale).

L’esistenza della chiesa di Barco appare in una sentenza emanata dal vescovo di Concordia il 30 gennaio 1424 con la quale determinò che il pievano di Lorenzaga doveva celebrare:

-        La prima domenica del mese nella (sua) chiesa pievanale; la seconda ad Annone; la terza a Corbolone; nella quarta nella chiesa di Barco (“in ecclesia ville de Barcho”), inoltre in ciascuna filiale doveva celebrare la messa tutte le settimane anche in un giorno feriale.

Un privilegio senza dubbio oneroso, però difeso strenuamente a lungo dai vari pievani. In precedenza il pievano, in determinate solennità, era assistito da un codazzo di sacerdoti, tenuti a trovarsi nella pieve di Lorenzaga un’ora prima dell’inizio dei riti.

Il titolo della chiesa, San Martino, farebbe ipotizzare la nascita del sacro edificio già durante la dominazione carolingia, poiché la devozione al vescovo di Tour ebbe particolare impulso nell’ VIII e IX sec.

In un altro documento vescovile, in data 3 agosto 1595 (il curato di Barco è don Michele Ciscutto) leggiamo un’altra sentenza, questa volta del vicario generale della diocesi, con la quale avverte la necessità di prescrivere l’ordine di precedenza che i vari parroci o cappellani delle chiese già separate o dipendenti dovevano tenere quando si recavano a visitare questa matrice oppure nelle processioni solenni:

-        per primo il parroco di Lorenzaga; per secondo il curato di San Strino, terzo il curato di Blessaglia, quarto il curato di Annone, quinto il curato di Barco (“quintum locum curatus Barchi”), sesto e ultimo il sacerdote funzionante nella chiesa di Quartarezza.

La visita Nores

La visita di mons. Cesare de Nores, vescovo di Parenzo, designa forse per la prima volta i vicari foranei della diocesi di Concordia. Un suo documento datato 19 novembre 1584 fissa in numero di sei le foranie: a quella di Portovecchio assegna le parrocchie di Teglio, Cordovado, Gruaro, Cinto, Annone, Pravisdomini, Barco, Chions, Villotta, Pasiano, Lorenzaga e Rivarotta. Il documento potrebbe contenere un errore, poiché Barco non è, sembra sia ancora stata elevata a parrocchia.

La visita Nores, imposta dalla Santa Sede, interessò tra il 1582 e il 1584 tutta la diocesi di Concordia. Dopo il Sacro Concilio di Trento tutte le chiese furono visitate per verificare l’applicazione delle prescrizioni imposte dal Concilio stesso.

Com’è noto il Concilio è un’assemblea di vescovi per esaminare e decidere questioni di fede e di disciplina ecclesiastica. Il Concilio di Trento (1545-1563) si rese necessario per le numerose deviazioni di fede e di morale e per un certo razzismo attribuito a una parte del clero. La “normalizzazione” operata, nonostante non poche resistenze iniziali, è durata per secoli in tutta la Chiesa cattolica.

Il corteo di mons. Cesare de Nores era composto dai canonici padovani mons. Luigi Barocci e mons. Nicolò Gallerio, don Giacomo Nave, il canonico di Parenzo mons. Marco Varisco e dal notaio e cancelliere Vincenzo de Pigris.

Le decisioni ferme e chiare del visitatore apostolico interessarono ovviamente anche la chiesa di S. Martino di Barco, dove impose alcune prescrizioni in ossequio alla realizzazione delle riforme stabilite dal Sacro Concilio.

“S. Martini de Villa Barco Die XII Octobris 1584.

Reverendissimus Dominus Visitator visitavit Ecclesiam praectam…

“Il giorno 12 ottobre 1584 il reverendissimo Signor visitatore visitò la predetta Chiesa che è consacrata ed ha una cura d’anime 170 esercitata dal sac. Michele Lisuto provveduto dal Santissimo Signor Nostro.

Il reddito di tale chiesa ascende a ducati 40 in quartesi, il reddito della fabbriceria è di 45 ducati che vengono amministrati come sopra (si riferiva alla visita ad altra chiesa, cioè da due camerari o castaldi).

Ha fonte battesimale, Sacrestia, Cimitero. In detta chiesa vi sono quatto altari:

- L’Altar Maggiore consacrato sotto il titolo di San Martino.

- L’Altar della Madonna di una confraternita che non ha redditi.

- L’Altar della confraternita di S. M. (auri) o Martino che ha un reddito di 4 ducati.

- L’Altar di Santa Lucia non consacrato.

Prescrizioni:

Il Tabernacolo del Santissimo Sacramento sia dorato e venga rivestito internamente di panno di seta come detto sopra (bianco).

Nell’altar Maggiore il vaso dispostovi dell’Olio degli infermi sia coperto di cuoio.

L’altare di Santa Lucia sia demolito.

L’altare della Madonna sia allungato.

Tutti gli altari siano ricoperti di tela verde. La piramide del Battistero sia ricoperto di tele verde”.

Lo smembramento da Lorenzaga e l’elevazione in parrocchia risale ufficialmente al 1667 (E. Degani), ma in un verbale del 1577 si parla per la prima volta di chiesa parrocchiale.

La chiesa attuale dovrebbe risalire al ‘600; fu ampliata nel 1885 e subì delle modifiche nell’immediato secondo dopoguerra.

Il campanile è stato costruito nel 1800 ed ha cominciato a inclinarsi durante la costruzione, a causa che per molti secoli la zona era stata paludosa. I costruttori hanno costruito la torre campanaria non in asse con la parte sottostante, per porre un rimedio all’imprevisto (allora non si facevano carotaggi e prove di carico). Il suo baricentro è spostato di ben 63 centimetri, ma il campanile rivela una solidità da far invidia alla sorella maggiore di Pisa. La struttura è ben solida, ha resistito all’esplosione del deposito di munizioni nella fornace Petri del 1918 e a quella della vicinissima bomba d’aereo del 1944. Nessun mutamento alla sua staticità neppure dal terremoto del 1976, anche se per maggior sicurezza sono state rinforzate le fondamenta ed è stato rifatto il rivestimento interno.

Le campane, prelevate dagli austro-ungarici all’inizio del 1917, sono state sostituite nel 1923. Quando sono arrivate alla stazione ferroviaria di Annone-Pravisdomini sono rimaste per alcuni mesi su dei cavalletti posti nella piazza, vicino a Casa Bigai, prima di essere elevate nella torre campanaria. Suonano in DO – RE – MI.

Il loro nomi:

- Martina, (la grande) in onore del santo Patrono S. Martino, vescovo di Tours (316 o 317 – 397);

- Valentina (la “medana”) in onore del co-patrono S. Valentino vescovo romano martire (176-273);

- Maria (la piccola), in onore della B.V. delle Grazie che si venera da tempo immemorabile.

Mezzogiorno e l’Ave Maria si suonano con la campana “medana”; per un defunto si suona la campana grande, se si tratta di bambini la piccola.

A don Massimino Simoni, per 43 anni guida spirituale di Barco, si devono quasi tutte le opere d’arte della chiesa, a iniziare dalla stupenda statua della Madonna da Valentino Panciera, l’artista zoldano detto “El Besarèl” (Valentino Panciera, 1829-1902), benedetta il 28 ottobre 1900.

Don Simoni commissionò le altre opere al prof. Giovanni Dureghello, definito il miglior allievo del Besarel, a iniziare dalla statua del copratono S. Valentino, benedetta nel 1923, assieme alle nuove campane della ditta Achille Mazzolla di Valduggia (Novara) e con la decorazione della chiesa, eseguita da Antonio Micheli (allievo del ben noto pittore restauratore Tiburzio Donadon).

Nel 1925 sono completati i lavori della facciata della chiesa, iniziati prima della guerra. Sono eseguiti grazie alla generosità di Augusta Marinato ved. Martin; mentre Mariano Petri e Giacobbe Pellegrini si fanno carico delle spese per la sistemazione del piazzale antistante.

Il giorno del patrono S. Martino del 1934 giornata resterà memorabile per la parrocchia: è inaugurata la Via Crucis, dipinta dal Morgari, con le cornici di legno scolpite dal prof. Giovanni Dureghello e l’orologio del campanile, costruito dalla ditta Giuseppe Baldasso di Piove di Sacco (sostituito nel 1962 da quello realizzato dalla ditta Lono Comin di Selva del Montello).

Nel febbraio 1935 lo scultore fossaltese Giuseppe Scalambrin realizza il conopeo del tabernacolo, artisticamente lavorato in legno dorato e le donne cattoliche della parrocchia fanno omaggio del copriconopeo in seta e oro, per onorare la memoria di Buodo-Pellegrini Maria, mamma di Giacobbe Pellegrini.

Nella notte dal 25 al 26 settembre 1973 un furto sacrilego ha privato la chiesa di ben otto candelabri del XVI sec.

In Barco nacque nel 1867 padre Angelo Buodo, il salesiano evangelizzatore della Pampa argentina, denominato “El Hornero de Dios”. A General Acha (La Pampa) è stato innalzato un grande monumento in suo onore, inaugurato il 2 ottobre 1965. Oltre a una sua completa biografia, ci sono oltre venti libri che descrivono le sue opere, però tutti in lingua spagnola.

Una famiglia di Barco emigrata da poco in Brasile ha dato i natali, nel 1898, a un altro salesiano, p. Pietro Sacilotto, martirizzato nel 1934 dai feroci indios Xavantes nel Mato Grosso. Da qualche anno i salesiani si sono attivati per far iniziare un processo di beatificazione, unitamente al confratello p. Giovanni Fuchs, martire insieme con lui.

La Compagnia di S. Giuseppe

Istituita nel 1944 da don Antonio Zaccarin, arrivato a reggere la parrocchia di Barco nel 1932, la Compagnia di S. Giuseppe nasce per “curare la santificazione dei membri con l’esercizio della carità”. I fedeli rispondono con encomiabile generosità, sono individuate 36 famiglie bisognose, ognuna riceve subito un aiuto economico. Nel 1945 invierà alla Croce Rossa farina, uova, insaccati, fagioli, ecc. per i posti di ristoro dei rimpatriati dai campi di prigionia. Continua a sostenere i bisognosi fino al 1960, ma non cessano per questo le opere di carità e viene istituito il “Premio di Bontà”, sotto la guida di don Giuseppe Zaccarin, a sostegno dei missionari e fornendo prove esemplari nell’alluvione del 1966 e nel terremoto del 1976.

Gianni Strasiotto

 

Capitello dell'Immacolata Concezione - Barco

Capitello Immacolata Concezione BarcoAlcune fonti storiche fanno risalire il pregevole edificio, un tempo all’imboccatura di un fossone comunicante con il Sile, al ‘500, dove c’era il porticciolo dei pescatori. Venne fatto ampliare nel ‘700 dalla famiglia del barone Muschietti di Portograuro, beni a Pramaggiore e diverse proprietà nel territorio di Pravisdomini, prendendo le forme attuali. Il piccolo edificio passò quindi alla famiglia Pellegrini, proprietaria dell’ex casa di caccia dei Muschietti, un tempo abitata dalla famiglia del barone per brevi periodi l’anno, dove aveva fatto dipingere sulla facciata, sopra l’ingresso, un bel Cristo Risorto, ormai molto deteriorato. In seguito la piccola cappella fu donata alla parrocchia.

La costruzione è in mattoni con copertura in coppi. Consta in un’aula rettangolare con travicelli a vista e un piccolo presbiterio occupato dall’altare a stucco del XIX secolo, il soffitto è piatto. La luce dall’esterno è data da una bifora a due archi a tutto sesto (semicirconferenza).

Una bifora campanaria per secoli ha custodito una piccola campanella, l’unica dell’intero comune scampata ai sequestri dell’inizio del 1918, nell’occupazione austro-ungarica. Nel 2001, in occasione del sapiente restauro, è stata sostituita da una nuova campanella “gemella”.

In precedenza la porta di accesso era rivolta a ponente e all’interno c’erano due antiche immagini, della Vergine e di Sant’Andrea, il patrono dei pescatori, numerosi a Barco, andate completamente rovinate.
La statua dell’Immacolata, voluta dall’allora parroco don Giuseppe Zaccarin, fu realizzata nel 1946 dallo scultore di Fossalta di Portogruaro Giuseppe Scalambrin (1886-1966). Lo scultore, amico di famiglia di don Zaccarin, accettò una clausola singolare per un artista: il volto della Vergine doveva essere somigliante a quello della statua della Beata Vergine delle Grazie della chiesa parrocchiale, una delle più belle opere dello scultore zoldano “Besarèl” (Valentino Panciera, Zoldo 1829 – Venezia 1904). Lo Scalambrin, affascinato dalla vista di un antico Crocefisso d’avorio esposto nella cappella, vero capolavoro, si offre di restaurarlo gratuitamente. Il crocefisso era stato trovato da Rinaldo Pellegrini tra le rovine di una chiesa spagnola, durante la sanguinosa guerra civile, che aveva fatto il voto di portarlo a casa e collocarlo nel “cesiòl”, un tempo della sua famiglia. Data la sua preziosità ora è custodito in canonica.

Per secoli diversi abitanti di Barco vivevano di pesca, le acque erano abbondanti ai margini del paese, Quello che oggi è indicato come il Palù di Barco in origine era un lago, in seguito le acque disarginate del Sile avevano formato tanti laghetti, bonificati a più riprese, ma soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, gli ultimi solo pochi anni fa. Sul finire dell’800, con lavori di rettifica del corso del Sile (che hanno generato anche il tratto denominato ramo morto) e la creazione dei nuovi argini, avvenne la chiusura del canale di collegamento e lo smantellamento del piccolo porticciolo situato attorno al capitello. Gran parte dei terreni era stata prosciugata per sviluppare l’agricoltura, i pescatori avevano trovato occupazione in altre attività o percorso le vie dell’emigrazione e il piccolo edificio stava andando in rovina. Don Antonio sapeva quanto fosse caro alla popolazione, lo fece restaurare per l’Anno Mariano, proclamato dal pontefice Pio XII nel 1954, dotandolo di una bella nicchia di mosaico. Prima di collocare la nuova statua della Vergine volle che entrasse pellegrina in tutte le famiglie della parrocchia, predispose una cerimonia per la serra del 29 maggio e una messa all’aperto per la domenica seguente. Chiamò padre Andrea dei frati minori cappuccini di Portogruaro per la predicazione e per celebrare, con qualche mese di anticipo, il centenario del dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da Papa Pio IX l’8 dicembre 1854, uno dei più notabili avvenimenti nella storia della Chiesa: la superba colonna eretta sulla Piazza di Spagna, a Roma, consacra per sempre la memoria del fatto.

Gianni Strasiotto

Capitello della Madonna dei poveri - Barco

Capitello Madonna dei poveri BarcoIl piccolo oratorio fu edificato nel giardino della Casa delle Opere parrocchiali di Barco, per volontà di due emigranti per dedicarlo alla Madonna dei Poveri e dei Lavoratori, Gianni Segat e Vittorio Bastielli, reduci delle miniere di carbone del Belgio, rimpatriati per la sopravvenuta invalidità al lavoro, fondatori della sezione ex minatori che raccoglieva diverse adesioni anche dai comuni vicini.

Segat e Bastielli si distinsero nell’opera di soccorso dopo i tragici eventi di Marcinelle: morte 262 delle 275 persone presenti, 136 dei quali italiani e per l’aiuto prestato a tanti nostri connazionali, sotto la guida di un missionario.

La Madonna dei Poveri, apparsa alla giovanissima Mariette Becò a Banneux (provincia di Liegi), era tanto venerata dai minatori del Belgio e della Francia e i minatori portavano una sua immagine quando scendevano nella profondità del suolo a svolgere un lavoro che avrebbe minato per sempre la loro salute e portati a una fine prematura.

La statua è stata portata nel capitello la sera del Primo Maggio 1978 dal missionario padre Angelo Ferraro, amico dei nostri due emigranti fin dai primi tempi del loro durissimo lavoro in terra straniera. La scultura è copia della statua della Madonna dei Poveri portata in pellegrinaggio in molte località italiane, la cui sede definitiva fu l’omonimo santuario edificato a Milano, nel quartiere di Baggio, al tempo uno dei più poveri della capitale lombarda, dov’è tuttora molto venerata e meta di pellegrinaggi.

Alcune copie della statua sono state richieste anche dagli ex minatori italiani del Belgio, normalmente a forma ridotta per essere collocate in piccoli capitelli o nel giardino di casa, mentre due copie a grandezza normale sono state portate, una a Barco e una a Seminara (Calabria). Abbiamo indicato in Gianni Segat e Vittorio Bastielli i due artefici dell’oratorio di Barco, con l impiego dei loro risparmi e del tempo necessario: due lavoratori che meritano un perenne ricordo per la generosa attività a favore delle persone e della collettività, per il loro esempio corretto e rispettoso, la serenità che trasmettevano nel dialogo, e la fede espressa con grande devozione.

Mai come in questo caso va sottolineato che ogni pietra, ogni cippo o capitello, possono raccontare storie di uomini e testimoniare la storia della comunità che non può dimenticare, pena il rischio di rimanere senza radici e quindi senza vita.

Gianni Strasiotto